La favola di Patata e del Celtico

26 ottobre 2011

 

C’era una volta un uomo molto ma molto ricco che giocava a dire le bugie e a rubamazzo, che si chiamava Patata.

Era talmente abile a dire fandonie che i suoi cortigiani credevano acriticamente a tutto quello che fabulava.

Viveva, nello stesso periodo, anche un altro strano personaggio che si credeva un celtico e faceva anche credere ai suoi adulatori che i fiumi erano degli dei e  venne soprannominato Celto.

I due per uno strano destino, anche per volontà del dio PO, si incontrarono e iniziarono a vagheggiare strane fantasie come quelle di distruggere il proprio paese che si chiamava, ci sembra, Italia e a togliere ai poveri per dare ai ricchi, cioè a loro stessi e ai propri cortigiani.

 La cosa strana è che giocavano ad accendere fuochi   nei boschi usando strani vestiti e cappelli con le corna e tutti i cortigiani li adoravano come degli dei.

 Nessuno si oppose  anche quelli organizzati e che potevano e che avrebbero dovuto fermarli.

Infatti questi sapevano solo dire” smettete di giocare” o “vogliamo giocare anche noi”.

 Passò tanto tempo e tutti quelli che non giocavano e non erano organizzati, ed erano la maggior parte, vennero rapinati e si impoverirono.

Alla fine come nella favola che diventa incubo, quel paese di nome Italia si incendiò e venne distrutto.

 Il fuoco distrusse tutto quello che trovò e divenne talmente grande l’incendio che distrusse un insieme di paesi che si chiamava Europa.

 I cortigiani ringraziarono i due eroi.

Quelli che avrebbero dovuto fermare i due, si dice che si presero per mano e continuarono a dire “smettete di giocare” o “vogliamo giocare anche noi”,senza fare nulla per bloccare l’incendio.

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Berlusconi: l’uomo che ha fregato un intero paese. Questa è la sintesi della prima parte dell’articolo dell’Economist che ci fa conoscere cosa pensa il mondo del grande e amato statista.

12 giugno 2011

Silvio Berlusconi ha molto per cui ridere. Nei suoi 74 anni ha creato un impero di mezzi di comunicazione che lo ha reso l’uomo più ricco d’Italia. Ha dominato la scena politica dal 1994 ed è attualmente il primo ministro italiano ancora in carica più longevo da Mussolini. E’ sopravvissuto ad un’infinità di previsioni che volevano la sua fine imminente. Tuttavia, a dispetto dei suoi successi personali è stato, ed è,  un disastro come leader di una nazione per tre motivi.

Due dei quali sono ben noti. Il primo è la lurida saga del suo “Bunga Bunga” feste a luci rosse, una delle quali lo ha portato ad uno spettacolo a dir poco non edificante, ossia quello di un Primo Ministro sotto processo a Milano con l’accusa di aver pagato una minorenne per fare sesso. Il cosiddetto processo Rubygate che non ha insudiciato solo l’immagine del Signor Berlusconi ma anche del suo paese. Comunque, per quanto vergognoso sia questo scandalo sessuale il suo impatto sull’attività politica di Berlusconi è stato piuttosto limitato tanto da non venir preso in considerazione neanche dal nostro giornale. Invece, abbiamo notevolmente discusso circa alla sua seconda mancanza: i suoi problemi finanziari. Nel corso degli anni è stato processato più di dodici volte per frode, per falso bilancio e corruzione. I suoi legali rivendicano che non è mai stato condannato, ma è assolutamente falso. In molti casi non si è arrivati ad una sentenza  solo perché sono scaduti i termini processuali e almeno due volte perché lo stesso Signor Berlusconi ha cambiato la legge. E’ proprio questo il motivo per cui il nostro giornale ha sostenuto nell’Aprile del 2001 che fosse totalmente inadatto a guidare l’Italia. Nel corso degli anni non abbiamo visto nessuna ragione per cui cambiare la nostra opinione. E’ però ormai chiaro che né il subdolo sesso né la sua poco chiara storia di imprenditore siano i motivi per cui gli italiani si guardino indietro e lo considerino un insuccesso disastroso, perfino, dannoso. Il suo difetto più grave in assoluto è il terzo: la sua totale indifferenza per la condizione economica del suo paese. Forse a causa delle distrazioni dovute ai suoi impicci legali negli ultimi nove anni  non si è minimamente occupato in qualità di Primo Ministro non solo di porre rimedio alla grave crisi finanziaria dell’Italia ma neanche di riconoscerla. Il risultato è che lascia dietro di sé una nazione in spaventose difficoltà.

Una malattia cronica, non soltanto un acuto.

Questa risoluta conclusione potrebbe sorprendere gli studiosi della crisi dell’euro. Grazie alla ferma politica fiscale del Ministro del Tesoro di Berlusconi, Giulio Tremonti, l’Italia è uscita dalla morsa dei mercati. (….) La malattia economica dell’Italia non è di tipo acuto bensì una malattia cronica che lentamente corrode qualsiasi forma di vitalità. Quando l’economia degli altri paesi Europei indietreggia, quella italiana lo fa di più e quando quella cresce quella italiana cresce di meno. Come ha dimostrato il nostro speciale pubblicato, solo lo Zimbabwe ed Haiti hanno un GDP di crescita più basso di quello italiano nel decennio fino al 2010. (…) La mancanza di crescita significa, a dispetto del signor Tremonti, che il debito pubblico è ancora del 120% del GDP, è il terzo dei paesi più ricchi. A tutto ciò si aggiunge il preoccupante dato del rapido invecchiamento della popolazione italiana.

La bassa media di disoccupazione maschera una serie di nette variazioni. Un quarto della popolazione giovane, in larga parte nel depresso sud, è senza lavoro. Il tasso di partecipazione delle donne nella forza lavoro è del 46%, il più basso nell’Europa occidentale. Un misto di bassa produttività e alte retribuzioni stanno corrodendo la competitività (…).

Il governatore uscente della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha parlato chiaro nel suo recente, toccante, discorso d’addio (prima di prendere il comando della Banca Centrale Europea). Ha insistito sul fatto che l’economia ha un disperato bisogno di una grande riforma strutturale. Ha indicato con grande precisione una produttività stagnante e attaccato la politica del governo che “manca di incoraggiare, e spesso ostacolato, lo sviluppo dell’Italia”, come un ritardo nel sistema giudiziario civile, nelle mediocri università, una mancanza di competitività nei servizi pubblici e privati (…).

Tutti questi elementi iniziano ad avere effetto proprio sull’ acclamata qualità della vita in Italia.  Le infrastrutture stanno sempre più degradando. I servizi pubblici sono ridotti. L’ambiente è in sofferenza. Le entrate reali sono stagnanti. I giovani italiani ambiziosi stanno abbandonando il paese in branco, lasciando il potere nella mani di una élite di anziani senza contatti con loro. Pochi Europei disprezzano i loro politici viziati come fanno gli italiani.

Eppur si muove

Quando questo giornale ha denunciato all’inizio il Signor Berlusconi, molti uomini d’affari italiani hanno replicato che solo la sua furba impudenza imprenditoriale avrebbe offerto una qualsiasi possibilità di modernizzare l’economia. Nessuno sostiene questo, ora. Piuttosto portano la scusa che la colpa non è la sua; ma è il loro paese che non è riformabile.

Tuttavia, il concetto che il cambiamento è impossibile non solo è disfattista ma è anche sbagliato. A metà degli anni 90 i governanti italiani disperati per rimanere fuori dall’euro, fecero delle sostanziali riforme. Perfino Mr Berlusconi ha occasionalmente trattato delle misure liberalizzanti: indietro nel 2003 Biagi (…)

E se i successori di Berlusconi fossero tanto negligenti quanto lui? La crisi dell’euro sta obbligando la Grecia, il Portogallo e la Spagna a mettere in campo delle profonde riforme nonostante le proteste della gente. A breve termine tutto questo farà male, ma a lungo termine darà alle economie periferiche una nuova energia.  (…) Un’Italia senza riforme e stagnante, con un debito pubblico fissato oltre il 120% del GDP la porterà ad esporsi ad essere il fanalino di coda nell’euro. Il colpevole? Mr Berlusconi, che senza dubbio starà ancora ridendo.


L’omino di Arcore ormai parla alle parti basse delle masse (sembra il Rocco di Zelig)

3 aprile 2011

 

Che misure sta indicando?

Mister B. ostenta sicurezza e disinvoltura in ogni occasione: racconta barzellette come neanche Pippo Franco, snocciola volgarità gratuite (ormai parla alle parti basse delle masse), millanta accordi che nessuno ha firmato, arruola deputati di ogni tendenza promettendo ministeri e sottosegretariati, redarguisce gli ex-aennini che si lasciano trascinare dall’ira, dalla foga, dalle piccole vendette romane, incassa le pacche sulle spalle di leghisti che non sanno bene come tenere a freno la base e si sforza di ridere mostrando una dotazione dentaria da miliardario. I problemi si sommano: ogni tentativo di far passare prescrizioni brevi e riforme della giustizia ad personam viene sviscerato, ogni promessa viene smentita il giorno dopo, la ricostruzione aquilana è stata portata a termine ad uso e consumo di Forum, tranne essere smentito clamorosamente dagli aquilani e dai medesimi attori. Promette il Nobel a Lampedusa, un casinò o casino, un ponte che colleghi l’isola con la Sicilia, l’iscrizione della squadra di calcio al campionato di serie A e li onora della sua presenza. Nel frattempo l’Italia insorge contro i campi per immigrati, i governatori leghisti gli lanciano addosso una serie inequivocabile di niet accompagnati da un’eloquente gestualità. Intanto rilancia la quota 330 (il duce di Predappio si limitava all’ossessione della quota 90), millanta accordi internazionali tipo barzellezza c’era una volta un francese, un tedesco, un inglese e un americano… e l’italiano? Bunga bunga paisà! E giù risate da matti. Le gazzette riportano dati sull’evasione che è arrivata al 38% con punte al Sud del 66% e per tutta risposta viene riproposta una nuova versione di un barzelletta sulle donne che vorrebbero o sono andate a letto con Berlusconi. E giù risate da matti. L’altro B (l’hop positore) sta dando la linea all’alternativa inanellando chicche da festa dell’Unità e iperboli degne di Crozza. L’altro, quello dei casinò senza accenti, corteggia Montezemolo: ci manca proprio un uomo della Fiat!


Leghisti, diciamola tutta: avete avuto una fortuna smisurata inventandovi questo giochetto della separazione e sputando sull’Italia

17 marzo 2011

 

Cinque uomini d'oro

Queste sono   le affermazioni del capodelegazione della Lega Nord all’EuroParlamento, Francesco Speroni, intervistato da Affaritaliani.it in occasione della festa del 17 marzo

L’unità d’Italia non è un evento da festeggiare”. Anzi, “sarebbe stato meglio se non ci fosse stata perché così la Padania sarebbe più ricca”. E ancora: “Quando ascolto l’inno di Mameli provo fastidio, perché mi sento un po’ oppresso da chi mi ha conquistato”. Infine: “Non esporrei mai dal balcone di casa mia il Tricolore”.

Non so voi, ma noi proviamo un senso di fastidio e di rabbia nel sentire questi signori che ci offendono e umiliano mentre, grazie a quest’Italia sono seduti sugli scranni del parlamento dell’Italia nella Roma Ladrona. Inoltre, grazie a quest’Italia, sono seduti al parlamento europeo, prendono stipendi da favola e usufruiscono di quei vantaggi che noi poveri cittadini italiani ci sogniamo.

Questi che sono la casta sputano sul piatto dove si abbuffano facendo credere a questi Padani che sono diversi mentre contribuiscono a creare un paese povero e senza speranza.

Ma che mestiere avrebbero fatto questi capopopolo senza una laurea e curriculum se non si erano inventati tanto odio? Bossi e company che formazione hanno avuto per fare i ministri della Repubblica Italiana? Leghisti, diciamola tutta: avete avuto una fortuna smisurata inventandovi questo giochetto della separazione e sputando sull’Italia.

Allora è giunto il momento di dire basta. Ridateci i soldi che avete preso da questa Italia che vi fa schifo, rinunciate alle macchine di scorta, ai portaborse, alle segretarie e a dire tutte queste scemenze tutti i giorni.

Ma chi ci paga noi italiani per sopportarvi in silenzio?

Svegliamoci e non cerchiamo di giustificare questi atteggiamenti e queste dichiarazione che sanno di razzismo e di disprezzo. Ma la ex Jugoslavia non insegna niente? Ma vi dimenticate quanto hanno fatto i giovani all’inizio del secolo scorso per affrancare questi padani dalla sottomissione e dallo sfruttamento? Certamente quei giovani non hanno giocato a fare la guerra spargendo il loro sangue  su quelle montagne del  Nord d’Italia per voi Padani. Certamente noi non abbiamo dimenticato e non dimenticheremo mai il sacrificio dei nostri nonni.


Togliamo i soldi alla cura del cancro, dobbiamo salvare i produttori di latte che non hanno rispettato le quote.

27 febbraio 2011

 

Autore Superchilum

Reduci dalla Giornata Nazionale sullo stato vegetativo, i parlamentari della maggioranza, in segno di assoluta coerenza in “scienza e coscienza”, approvando il decreto Milleproroghe (già ribattezzato “più tasse per gli onesti contribuenti”) hanno pensato di defalcare i già magri stanziamenti per le cure per il cancro dedicandone un decimo (5 milioni) agli allevatori per consentire altri sei mesi di tempo per pagare le multe per lo sforamento delle quote latte. La questione è due volte scandalosa: uno, perché non si può permettere, in un regime di produzione pianificata dall’UE ed accettato dai ministri italiani, ad un esiguo gruppo di violare palesemente le normative senza alcuna conseguenza, anzi, finendo per spalmare le multe sui contribuenti che le rispettano anche a costo di grandi sacrifici; due, è immorale e inaccettabile che vengano tolti fondi alla cura dei malati oncologici per permettere ancora a questo gruppo di allevatori per ritardare il pagamento delle giuste sanzioni. È inoltre inaccettabile che chi si rende responsabile di tali operazioni voglia poi farsi paladino di crociate sul fine vita, sugli stati vegetativi, sulla famiglia, sull’etica, sui valori. È palese che l’unica crociata a cui realmente credono è quella di trasferire il denaro pubblico a privati che hanno violato le normative e messo in condizioni imbarazzanti il nostro paese all’interno dell’UE. Fino ad oggi, questa iperproduzione di latte, è costata all’Italia 4miliardi e mezzo di euro, pagati in gran parte dallo Stato, dai soliti onesti contribuenti: ma si sa, ormai per la Lega, Roma è ladrona, tranne quando deve sborsare denaro per difendere comportamenti indifendibili di allevatori padani. E i malati di cancro a cui mancheranno i soldi per le cure? Moriranno fieri di aver salvato gli interessi di produttori di latte irrispettosi delle regole? Chi ha ancora un briciolo di coscienza come può accettare di votare un simile decreto, in silenzio, senza nemmeno dissociarsi?


Bersani vuole vedere se la Lega adesso voterà il processo breve e il legittimo impedimento, se lo dovesse fare allora il Pigi del Pd farà la voce grossa. Al solo pensiero Bossi trema, ah ah ah ah

15 febbraio 2011

 

Autore: Manfred Heyde

Dovevate sentirlo Bersani a Otto e mezzo! Davvero un discorso importante in cui le ha cantate chiare a tutti con temi innovativi, con progetti per rimettere in moto l’economia del paese, con idee chiare sul federalismo, sui rapporti con la Lega, con alleanze concrete e una leadership chiara e inequivocabile, con la fermezza che dà la consapevolezza di poter costruire un’alternativa valida sotto tutti gli aspetti, alla luce del sole, senza manovre e manovrine sottobanco. Davvero un Bersani inedito! Poi purtroppo mi sono svegliato ed ho visto un Bersani tergiversante, esitante, che apre in modo imbarazzante alla Lega, che nega che la Lega possa essere razzista, una dichiarazione d’amore degna di un San Valentino fuori data. Poi la dichiarazione forte: vuole vedere se la Lega adesso voterà il processo breve e il legittimo impedimento, se lo dovesse fare allora il Pigi del Pd farà la voce grossa. E di seguito i soliti balbettamenti, i dire e non dire, lo sperare di salvare capre e cavoli, la fiducia quasi assoluta sul “buon senso” (forse sarebbe stato più seguito l’invito al buon sesso) degli italiani, delle opposizioni, di Berlusconi stesso, della Lega, della Compagnia di Gesù, dei lanzichenecchi, della Banda Bassotti, dei 101 (quelli della carica). Insomma il solito Bersani, sostanzialmente invischiato nelle parole che non lasciano trasparire idee e strategie. Rileggo spesso in questi mesi La scuola dei dittatori di Silone. Le dittature son quasi sempre figlie di opposizioni impotenti e incapaci di leggere la realtà, troppo prese dalle beghe interne, dai personalismi, dai settarismi.

Cantava Gaber: Si può, trasgredire qualsiasi mito / si può, invaghirsi di un travestito / si può, consultarsi con una strega / si può, farsi ognuno una bella lega.


Berlusconi aspetta per dimettersi i 10 milioni di firme promesse da Bersani

3 febbraio 2011

 

Tapiri democratici - Foto Dezidor

Sono momenti brutti quelli che sta vivendo l’Inarrestabile Cavaliere di Arcore. Un pareggio in commissione sul federalismo municipale equivale ad una sconfitta e i devoti del dio Po strepitano, vorrebbero sciogliere le Camere (in cosa?), tornare alle urne, adottare una lingua celtica in opposizione all’idioma italico, se la prendono con le Ruby, i Moubarak, i beduini, i pellerossa, minacciano secessione, indipendenza, costruzione di muri, falò del tricolore. Il Cavaliere, debilitato dagli scandali, offeso per come viene trattato nelle telefonate intercettate, medita di abbandonare la politica, di ritirarsi ad Antigua col fido Bondi e una quarantina di igieniste dentali e qualche infermiera, ma non può dar seguito ai suoi propositi perché ostaggio della promessa di Bersani: “Dieci milioni di firme per cacciare Berlusconi”. Ad oggi – secondo indiscrezioni – ne sarebbero state raccolte, contando pure quelle della moglie, di una zia e di una cugina di terzo grado di Bersani, ben 174, ma in serata ne dovrebbero arrivare un’altra ventina: quelle di Rocco e i suoi fratelli, di Biancaneve e i 6 nani (Cucciolo è minorenne e non può firmare) e di Walter e i suoi cugini. La strategia di Bersani è chiara: logorare i nervi del Cavaliere, tenerlo sulle braci fino a quando non si vedrà recapitare a casa un tir di firme. Gli esperti di strategie del Pd prevedono che, salvo imprevisti, le firme dovrebbero essere pronte per l’8 marzo (del 2025). Berlusconi ha già annunciato che chiederà il riconteggio e la verifica di tutte le firme.

“Si vede che l’abbiamo messo in difficoltà”, ha dichiarato alla stampa un Bersani in maniche rimboccate, reduce da una lezione di democrazia ai tapiri della bassa emiliana.