Anche noi ci sentiamo umiliati a causa di B&company. Ma che c’entriamo?

23 ottobre 2011

C’è poco da ridere ma molto da piangere.

Piangere per come ci considerano in Europa e nel mondo, per colpa principalmente di questo B e della sua corte.

In pillole.

La BCE, quindi l’Europa, ci presta i soldi, anzi ci compra i nostri titoli,  per non sprofondare di fronte a un attacco di sfiducia dei mercati, dopo aver ottenuto impegni di riforme e di cambiamenti che B e company hanno sottoscritto.

Non si erano fidati (Francia, Germania e BCE) delle parole di B, ma hanno richiesto degli impegni scritti.

A proposito quando B si impegnava aveva dormito poco dopo una di quelle notti che l’hanno reso famoso nel mondo?

Non solo le parole ma anche gli impegni scritti sono stati disattesi da questo sig B.

Cosa penseremmo noi di un sig a cui corriamo in aiuto con tanti euro e lui non rispetta nessun patto?

A noi ci fa rabbia questo atteggiamento dei “potenti” d’Europa, questi sorrisini  sarcastici e questi comandi a distanza che ci impongono, come italiani, politiche e decisioni che come popolo sovrano dovremmo prendere noi.

Sono lontani i tempi di Prodi che era a capo della commissione Europea e, quindi,  a capo dell’Europa.

Quello che è ingiusto è che noi italiani, tutti noi, a causa di questa classe politica incapace siamo diventati ridicoli e irrisi.

Ma il sarcasmo serve a poco.

Quello che serve è ragionare seriamente per cercare di trovare le soluzioni per uscire da questa soluzione.

Noi tutti abbiamo chiaro di avere un presidente del consiglio impresentabile e inaffidabile e una sua corte che ha come unica preoccupazione quella di coprire le bugie e le malefatte di questo sig B e l’incapacità propositiva di questo governo.

La cosa più grave è che siamo anche consapevoli di avere un’opposizione non in grado di proporsi per sostituire questa maggioranza perché divisa, collusa con questa e vecchia nelle idee e nella classe dirigente.

E’ un sistema maggioranza/opposizione che si giustifica l’uno con l’altra. Cadendo uno cade l’altro

E allora cosa fare?

Occorre creare le condizioni per dare al nostro paese una nuova classe politica in grado di risollevare le sorti del nostro paese, presentarci a testa alta e riacquistare l’orgoglio di essere italiani che prima B e poi l’opposizione ci ha fatto perdere.

Occorre lanciare idee e proposte nuove e non solo piangere su noi stessi.

 Il nostro sito si impegnerà in questa direzione.

Infine una parolina per questo sig Sarkozy. Lo invitiamo a impegnarsi per fugare i dubbi dei mercati sull’indebitamento della Francia e delle sue banche.

Se noi avessimo un governo serio e non giullare potremmo noi dire alla Francia quello che dovrebbe fare per risollevare la sua situazione e non far fallire l’Euro e l’Europa.


Bersani sta a D’alema come Alfano sta a Berlusconi

5 luglio 2011

 

Ma si vuole o no costruire l’alternativa a Berlusconi e alla sua corte? Certamente non con questo PD sempre più diviso e confuso.

Sta a noi organizzarci per creare un’alternativa.Come? Operando nel territorio. Aspettiamo anche vostre proposte.

 Oggi il PD si è astenuto, favorendo la politica degli sprechi, sull’abolizione delle province dopo che parla e sparla dei costi della politica e dell’abolizione dell’ente che più di ogni altro è la pattumiera dei “trombati” e dei fine-carriera.

Inoltre, si è visto chiaramente dalle dichiarazione di Bersani,  che l’attuale legge elettorale, che permette alle segreterie dei partiti e ai vari Bersani-D’alema-Berlusconi ecc di scegliersi i propri yes-men e ai cittadini di non contare niente, non deve essere toccata.

Infine esiste una questione morale anche nella sinistra? Non lo sappiamo ma invitiamo D’alema a non ripresentarsi alle prossime elezioni per quanto è emerso giorni orsono sui giornali. Questo per il bene suo e dell’elettorato che potrebbe dare il voto a uno schieramento che si oppone in termini netti contro questo governo e questo regime-Berlusconiano.

Ma il destino di Berlusconi non è strettamente legato a quello di D’alema? E’ proprio così. Secondo i vari Bersani -d’alema/Berlusconi-Alfano non bisogna cambiare niente né a livello di legge elettorale che permetterebbe a noi cittadini di scegliere, né a livello di architettura istituzionale con l’abolizioni delle province che permetterebbe di eliminare tanta burocrazie e sprechi e la possibilità di accogliere tanti inutili servitori dei partiti.


Quattro SI affossano il Berlusconismo. Un grande No urlato dagli italiani – Oggi sono fiero di essere italiano

13 giugno 2011

Tante chiacchiere per “normalizzare” il volere degli italiani, per riportarlo all’interno di un ambito berlusconista in cui tutto si trasforma in barzelletta, in scherzo, in cui il volere degli elettori è tenuto in nessuna considerazione. Né può vantare alcunché il Pd che non si è impegnato né nella raccolta delle firme né nell’opera di informazione tra i cittadini, limitandosi, dopo aver fiutato l’aria, a sostenere il SI pochi giorni prima dello svolgimento delle consultazioni. I dati dimostrano che gli italiani sono un popolo che si è stancato di essere strumentalizzato dalle lobbies politiche ed economiche che trattano i beni comuni (salute in primis) come se fossero cosa loro, come se fossero di loro esclusiva competenza. Il popolo italiano ha alzato la testa: ha detto basta allo scempio della politica berlusconiana (il Pd è parte di questa politica) e vuole riappropriarsi del potere decisionale. Questi referendum segnano la fine di un’epoca e l’inizio di un arduo cammino che gli italiani sembrano intenzionati a fare: un cammino in cui i valori dell’uomo contino più dei valori di borsa, delle lobbies del nucleare, delle multinazionali dei servizi idrici, che l’uguaglianza sancita dalla Costituzione Repubblicana non è disponibile e che non può essere violata e bruttata dal primo miliardario di passaggio. Da questi referendum è emerso un NO immenso alla politica berlusconiana e antiberlusconiana. Hanno vinto i movimenti (cattolici, laici, volontari, impegnati nel sociale), a queste nuove forme d’associazionismo spetta il futuro, non al Pdl, non al Pd, non al Fli. Grazie Italia: oggi sono fiero di essere italiano.


Berlusconi: l’uomo che ha fregato un intero paese. Questa è la sintesi della prima parte dell’articolo dell’Economist che ci fa conoscere cosa pensa il mondo del grande e amato statista.

12 giugno 2011

Silvio Berlusconi ha molto per cui ridere. Nei suoi 74 anni ha creato un impero di mezzi di comunicazione che lo ha reso l’uomo più ricco d’Italia. Ha dominato la scena politica dal 1994 ed è attualmente il primo ministro italiano ancora in carica più longevo da Mussolini. E’ sopravvissuto ad un’infinità di previsioni che volevano la sua fine imminente. Tuttavia, a dispetto dei suoi successi personali è stato, ed è,  un disastro come leader di una nazione per tre motivi.

Due dei quali sono ben noti. Il primo è la lurida saga del suo “Bunga Bunga” feste a luci rosse, una delle quali lo ha portato ad uno spettacolo a dir poco non edificante, ossia quello di un Primo Ministro sotto processo a Milano con l’accusa di aver pagato una minorenne per fare sesso. Il cosiddetto processo Rubygate che non ha insudiciato solo l’immagine del Signor Berlusconi ma anche del suo paese. Comunque, per quanto vergognoso sia questo scandalo sessuale il suo impatto sull’attività politica di Berlusconi è stato piuttosto limitato tanto da non venir preso in considerazione neanche dal nostro giornale. Invece, abbiamo notevolmente discusso circa alla sua seconda mancanza: i suoi problemi finanziari. Nel corso degli anni è stato processato più di dodici volte per frode, per falso bilancio e corruzione. I suoi legali rivendicano che non è mai stato condannato, ma è assolutamente falso. In molti casi non si è arrivati ad una sentenza  solo perché sono scaduti i termini processuali e almeno due volte perché lo stesso Signor Berlusconi ha cambiato la legge. E’ proprio questo il motivo per cui il nostro giornale ha sostenuto nell’Aprile del 2001 che fosse totalmente inadatto a guidare l’Italia. Nel corso degli anni non abbiamo visto nessuna ragione per cui cambiare la nostra opinione. E’ però ormai chiaro che né il subdolo sesso né la sua poco chiara storia di imprenditore siano i motivi per cui gli italiani si guardino indietro e lo considerino un insuccesso disastroso, perfino, dannoso. Il suo difetto più grave in assoluto è il terzo: la sua totale indifferenza per la condizione economica del suo paese. Forse a causa delle distrazioni dovute ai suoi impicci legali negli ultimi nove anni  non si è minimamente occupato in qualità di Primo Ministro non solo di porre rimedio alla grave crisi finanziaria dell’Italia ma neanche di riconoscerla. Il risultato è che lascia dietro di sé una nazione in spaventose difficoltà.

Una malattia cronica, non soltanto un acuto.

Questa risoluta conclusione potrebbe sorprendere gli studiosi della crisi dell’euro. Grazie alla ferma politica fiscale del Ministro del Tesoro di Berlusconi, Giulio Tremonti, l’Italia è uscita dalla morsa dei mercati. (….) La malattia economica dell’Italia non è di tipo acuto bensì una malattia cronica che lentamente corrode qualsiasi forma di vitalità. Quando l’economia degli altri paesi Europei indietreggia, quella italiana lo fa di più e quando quella cresce quella italiana cresce di meno. Come ha dimostrato il nostro speciale pubblicato, solo lo Zimbabwe ed Haiti hanno un GDP di crescita più basso di quello italiano nel decennio fino al 2010. (…) La mancanza di crescita significa, a dispetto del signor Tremonti, che il debito pubblico è ancora del 120% del GDP, è il terzo dei paesi più ricchi. A tutto ciò si aggiunge il preoccupante dato del rapido invecchiamento della popolazione italiana.

La bassa media di disoccupazione maschera una serie di nette variazioni. Un quarto della popolazione giovane, in larga parte nel depresso sud, è senza lavoro. Il tasso di partecipazione delle donne nella forza lavoro è del 46%, il più basso nell’Europa occidentale. Un misto di bassa produttività e alte retribuzioni stanno corrodendo la competitività (…).

Il governatore uscente della Banca d’Italia, Mario Draghi, ha parlato chiaro nel suo recente, toccante, discorso d’addio (prima di prendere il comando della Banca Centrale Europea). Ha insistito sul fatto che l’economia ha un disperato bisogno di una grande riforma strutturale. Ha indicato con grande precisione una produttività stagnante e attaccato la politica del governo che “manca di incoraggiare, e spesso ostacolato, lo sviluppo dell’Italia”, come un ritardo nel sistema giudiziario civile, nelle mediocri università, una mancanza di competitività nei servizi pubblici e privati (…).

Tutti questi elementi iniziano ad avere effetto proprio sull’ acclamata qualità della vita in Italia.  Le infrastrutture stanno sempre più degradando. I servizi pubblici sono ridotti. L’ambiente è in sofferenza. Le entrate reali sono stagnanti. I giovani italiani ambiziosi stanno abbandonando il paese in branco, lasciando il potere nella mani di una élite di anziani senza contatti con loro. Pochi Europei disprezzano i loro politici viziati come fanno gli italiani.

Eppur si muove

Quando questo giornale ha denunciato all’inizio il Signor Berlusconi, molti uomini d’affari italiani hanno replicato che solo la sua furba impudenza imprenditoriale avrebbe offerto una qualsiasi possibilità di modernizzare l’economia. Nessuno sostiene questo, ora. Piuttosto portano la scusa che la colpa non è la sua; ma è il loro paese che non è riformabile.

Tuttavia, il concetto che il cambiamento è impossibile non solo è disfattista ma è anche sbagliato. A metà degli anni 90 i governanti italiani disperati per rimanere fuori dall’euro, fecero delle sostanziali riforme. Perfino Mr Berlusconi ha occasionalmente trattato delle misure liberalizzanti: indietro nel 2003 Biagi (…)

E se i successori di Berlusconi fossero tanto negligenti quanto lui? La crisi dell’euro sta obbligando la Grecia, il Portogallo e la Spagna a mettere in campo delle profonde riforme nonostante le proteste della gente. A breve termine tutto questo farà male, ma a lungo termine darà alle economie periferiche una nuova energia.  (…) Un’Italia senza riforme e stagnante, con un debito pubblico fissato oltre il 120% del GDP la porterà ad esporsi ad essere il fanalino di coda nell’euro. Il colpevole? Mr Berlusconi, che senza dubbio starà ancora ridendo.


AAA! PROPOSTA DI COSTRUZIONE DI ABITAZIONE SEMPRE ILLUMINATA NEL CORTILE DI UNA CENTRALE NUCLEARE

9 giugno 2011

Una proposta per tutti questi nuclearisti convinti e lungimiranti.

Per un attimo chiudete gli occhi e immaginate di avere una centrale nucleare a pochi metri dalla vostra casa.

Immaginiamo quanto vi sentirete sereni, rassicurati e felici!
Penserete che non vi succederà mai nulla, che nessuna radiazione vi contaminerà, che nessun terremoto scuoterà le mura possenti della vostra gigantesca vicina e che nessun liquido o gas contaminato vi verrà a farvi visita.

Avrete sempre la casa illuminata.

Penserete che i vostri figli potranno vivere sicuri e che voi avete fatto tutto quanto necessario per dare a loro un futuro brillante e tranquillo e forse scintillante!.

Un’altra domanda alternativa vogliamo porvi: voi che domenica non andrete a votare o votate no! non pensate che adottare tecnologie obsolete e che l’adozioni di programmi e investimenti su tecnologie pulite, rinnovabili e carichi di futuro sia più lungimirante?

E’ vero che stiamo rubando ai nostri figli il futuro non investendo sulla ricerca, l’innovazione e tutto quello che creerà futuro, ma adesso fermiamoci e fermiamo questo tentativo sul nucleare andando a votare.

Ripartiamo con programmi e proposte serie.

Troppi sapientoni e politicanti ci dicono che non possiamo fare a meno del nucleare di terza generazione, allora invitiamo questi signori a edificare una casa dentro una centrale nucleare o nelle immediate vicinanze.

Non lo faranno perché sperano che le centrali vengano costruite vicino alle nostre.


Dopo il trionfo di Pisapia e De Magistris si è aperta una seria e severa riflessione nel Pd: “Come è potuto succedere?”

30 maggio 2011

Autore: Fabio Larocca

Ancora inebriati dal successo alle amministrative milanesi e napoletane, un’immagine ha fatto tremare le schiene di tutti gli elettori del centro-sinistra: Pierluigi Bersani e il suo discorso da vincitore sconfitto. Dopo le solite parole di circostanza, saranno i sindaci di tutti i cittadini, il Pierluigi nazionale ha cincischiato nel politichese post-sinistrese, che caratterizza da anni il Pd, sul futuro, sul ruolo di Berlusconi, sul ruolo del Pd, sulle alleanze più o meno sante, sul governo a largo maggioranze, sugli ammiccamenti al centro casiniano e finiano e rutelliano, ecc. ecc.

È stato il discorso di un perdente al traino di candidati non propri, di candidati che spesso si sono costruiti una credibilità fuori, se non contro il Pd. Purtroppo, oltre alle banalità di prassi, non c’è stata nessuna svolta democratica, nessuna presa di distanza da un sistema (berlusconismo) che si è creato ideologicamente nel formale duopolio Pdl-Pd. Il Pd, così come si è delineato, non è un’alternativa a Berlusconi ma una continuazione del berlusconismo dopo aver disarcionato il Cavaliere Inarrestabile. La svolta deve essere epocale. Basta con la politica avulsa dalla gente, con la politica del meno peggio, con il clientelismo, con la divisione dei cittadini tra elettori e fratelli, tra amici degli affari e portatori di voti e di consenso. I cittadini chiedono un cambiamento sostanziale che non si può offrire con una linea di sostanziale continuità con l’incontinuabile. Bisogna rompere con le cordate di potere politico-economico e tornare davvero a pensare alle persone, ad operare per le persone, per i drammi che la crisi sta proponendo con profondità inimmaginabile. L’apparizione di Bersani sui monitor è stata la rassicurazione che nulla cambia, che non sarà certo il Pd il gestire il necessario cambiamento. E i discorsi furbetti nel salottino di Mentana puntano tutti nella direzione di uno status quo inquietante. L’unica speranza è riposta in Pisapia e De Magistris – che non sono creature del Pd –; la loro autonomia dal carrozzone del Pd potrebbe accendere l’interruttore di un modo nuovo di fare politica, senza politicanti, senza affaristi, senza le cordate degli im-prenditori che creano problemi per poi proporre inaccettabili soluzioni. Siate voi il segno di un risveglio democratico nel paese.


Resta vacante il titolo di Nemico Pubblico NUMBER ONE dopo la presunta morte di Osama Bin Laden

3 maggio 2011

L'ultimo italiano ad essersi fregiato del titolo di Nemico publico NUMBER ONE

Inaspettatamente Osama Bin Laden ha perso il titolo di nemico pubblico numero uno: stando alle fonti americane il ricco saudita sarebbe stato ucciso in Pakistan e in poche ore sepolto in mare. Naturalmente Osama Bin Laden è morto almeno altre cinque o sei volte e non si esclude che possa morire ancora sempre che le esigenze della politica interna americana lo esigano. Della vita avventurosa di Bin Laden sappiamo moltissimo: anticomunista, filoamericano, affarista, antiamericano, torricida assassino, rifugiato afgano, terrorista super ricercato e infine il titolo di Nemico pubblico Number One, conservato per ben 10 anni. Nonostante la certezza della morte sia ancora dubbia, la FMNPNU(Federazione Mondiale dei Nemici Pubblici Numero Uno) lo ha dichiarato decaduto. Ora il titolo è vacante. Si avanzano le candidature per la successione. I bookmakers americani hanno già quotato i successori: a 2 vengono dati Mahmud Ahmadinejad, Muammar Gheddafi e Bashar al-Assad, a 3 Fidel Castro (ma le sue quotazioni sono in calo, troppo vecchio), Kim Jong-il, Omar Al-Bashir e Than Shwe, a 4 Robert Mugabe. Non si escludono però colpi di scena di outiser come Lukashenko o qualche altro tirannello euroasiatico. Qualcuno parla anche di un omino piccolo piccolo, piuttosto attempato e sempre più somigliante a Mao, soprattutto per la voracità sessuale.

Nei prossimi giorni si scoprirà il nome del successore. Totò Riina, escluso dalla lista dei papabili, ha fatto sapere che ricorrerà alle vie legali per far valere i suoi titoli.