La favola di Patata e del Celtico

26 ottobre 2011

 

C’era una volta un uomo molto ma molto ricco che giocava a dire le bugie e a rubamazzo, che si chiamava Patata.

Era talmente abile a dire fandonie che i suoi cortigiani credevano acriticamente a tutto quello che fabulava.

Viveva, nello stesso periodo, anche un altro strano personaggio che si credeva un celtico e faceva anche credere ai suoi adulatori che i fiumi erano degli dei e  venne soprannominato Celto.

I due per uno strano destino, anche per volontà del dio PO, si incontrarono e iniziarono a vagheggiare strane fantasie come quelle di distruggere il proprio paese che si chiamava, ci sembra, Italia e a togliere ai poveri per dare ai ricchi, cioè a loro stessi e ai propri cortigiani.

 La cosa strana è che giocavano ad accendere fuochi   nei boschi usando strani vestiti e cappelli con le corna e tutti i cortigiani li adoravano come degli dei.

 Nessuno si oppose  anche quelli organizzati e che potevano e che avrebbero dovuto fermarli.

Infatti questi sapevano solo dire” smettete di giocare” o “vogliamo giocare anche noi”.

 Passò tanto tempo e tutti quelli che non giocavano e non erano organizzati, ed erano la maggior parte, vennero rapinati e si impoverirono.

Alla fine come nella favola che diventa incubo, quel paese di nome Italia si incendiò e venne distrutto.

 Il fuoco distrusse tutto quello che trovò e divenne talmente grande l’incendio che distrusse un insieme di paesi che si chiamava Europa.

 I cortigiani ringraziarono i due eroi.

Quelli che avrebbero dovuto fermare i due, si dice che si presero per mano e continuarono a dire “smettete di giocare” o “vogliamo giocare anche noi”,senza fare nulla per bloccare l’incendio.


Per ricordare: Pasqua di Ivan Graziani

24 aprile 2011

Mi accorgo adesso che è già Pasqua

sarà che piove dentro ai raggi del sole

e forse che ho mangiato troppo

e non voglio più cioccolata.

E mentre si ride forte il resto della gente si abbuffa

e arriva il conto che quasi fu una truffa

e usciamo fuori dalla trattoria

mentre un pazzo sta parlando alle mosche

nella mia anima c’è un cane enorme

che sbadiglia e muove piano la coda

lasciatemi solo,

voi non mi chiedete non so dove andrò

ma questa Pasqua non la scorderò.

Che farò, che farò alle tre del pomeriggio

e poi, e poi è Pasqua

che farò, che farò alle tre del pomeriggio e poi…

E attraversato tutto il ponte a piedi

mentre il pazzo mi corre vicino

mi urla forte che ero anch’io un artista

che per la fame poi, ha perso la vista.

“Cinquemila lire, sussurra

ti faccio andare con mia sorella

non è un gran ché è vero

ma ho soltanto quella”

E poi mi tira forte per la giacca urlando

“Questa terra è tutta da bruciare”

Urla e si aggrappa forte ad un lampione

e poi mi chiede se ho da fumare.

Ma vattene scemo,

vai e vai ad impiccarti dove vuoi

che me ne torno per i fatti miei.

Che farò, che farò alle sei del pomeriggio

e poi e poi è ancora giorno

che farò, che farò alle sei del pomeriggio e poi…

E son tornato sotto casa tua

anche se non è più come allora

e il tempo è stato un giustiziere

per i miei e per i tuoi anni.

Ma si scoglie con il sole la neve

io non ricordo più le tue parole

tornassi indietro almeno proverei

le tue collane di girasole

quanto amore, quanto, quanto amore

una sigaretta illuminava le tue labbra

poi fra le mie tu giocavi col fumo.

Ma non mi dire no

stasera almeno tu non mi dire no

che questa Pasqua non la scorderò

che questa Pasqua non la scorderò.


La rivoluzione secondo Bianciardi: “Tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita sarà abbandonato”

29 marzo 2011

 

Autore: Generale Lee

No, Tacconi, ora so che non basta sganasciare la dirigenza politico-economico-social-divertentistica italiana. La rivoluzione deve cominciare da ben più lontano, deve cominciare in interiore homine.

Occorre che la gente impari a non muoversi, a non collaborare, a non produrre, a non farsi nascere bisogni nuovi, e anzi a rinunziare a quelli che ha.

La rinunzia sarà graduale, iniziando coi meccanismi, che saranno aboliti tutti, dai più complicati ai più semplici, dal calcolatore elettronico allo schiaccianoci.

Tutto ciò che ruota, articola, scivola, incastra, ingrana e sollecita sarà abbandonato.

Poi eviteremo tutte le materie sintetiche, iniziando dalla cosiddetta plastica.

Quindi sarà la volta dei metalli, dalle leghe pesanti e leggere giù giù fino al semplice ferro.

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Fukushima mon amour

24 marzo 2011

È incredibile (ma vero) come l’informazione riesca a far diventare “obsolete” le notizie. Ormai ciò che succede nel Giappone (i reattori e il loro misterioso destino) ha ceduto il passo al wargame libico. I sismologhi, gli tsumanomani hanno lasciato il video agli strateghi militari, ai politologi, alle testimonianze degli aviatori di ritorno dai cieli della Libia. Tra pochi giorni del Giappone e di Fukushima non si parlerà più, se non con un certo fastidio. Tempo un mese e sarà come se non fosse successo nulla, come se fosse stata una sequenza di Emmerich, allora la morte di migliaia di persone verrà fagocitata dai meccanismo dello show business, dalle belle gonfie di silicone, dalle vecchie ristuccate da affabili chirurghi, dalle sfilate dei nuovi mostri della politica, dalle nuove morbose cronache di efferati crimini, dal calcio in balia dei miliardi, dalle guerre umanitarie, dai danni collaterali, dagli ammazzati per gioco. E chi parlerà ancora di Fukushima e dei contaminati? Sarà il solito menagramo, il comunista, il primitivista, il nemico del progresso. Tutto fino alla prossima Fukushima, al prossimo tsunami, alla prossima contaminazione positivisticamente impossibile anche quando la realtà ne mostra l’orribile possibilità. Torneranno i soliti opinionisti prezzolati che diranno che chi è contro il nucleare lo è ideologicamente, che i morti provocati dalle centrali sono molti di meno di quelli della mobilità privata, ecc, e per finire: “Sei contro il nucleare perché odi Berlusconi”. Ebbene si, odo quello che dicono Berlusconi e i suoi, e so di certo che non mi posso fidare. Fukushima never.


Non abbiamo bisogno della legalità! Bisogna abolire l’ora legale.

23 marzo 2011

 

Autore: Handige Harrie

Poteva provocare il panico in Parlamento l’arrivo dell’ora legale. Troppi inquisiti, troppi  pregiudicati, troppi in attesa di secondo grado di giudizio erano in ansia. “Che è questa faccenda dell’ora legale” blaterava qualcuno alla buvette, altri minacciavano di togliere la fiducia al governo, altri, all’opposizione, chiedevano un decreto bipartisan, altri suggerivano almeno una moratoria, una depenalizzazione, una prescrizione immediata, il ritorno all’immunità, all’impunità, al diritto d’asilo. Ma finalmente un pietoso giurista della commissione Giustizia della Camera ha pensato bene di prevedere l’abolizione di questa barbara usanza medievale. Già sono pronte manifestazioni di piazza contro l’arroganza dei giudici comunisti che vogliono il ritorno dell’ora legale (per i manifestanti è previsto un rimborso spese, un panino e cinquanta euro di gettone, esentasse), alcuni giornali stanno già predisponendo editoriali di esperti del settore sui danni dell’ora legale. Pannella ha annunciato uno sciopero della fame. Il Pd ha promosso una raccolta di firme (questa volta trentamilioni per ripristinarla in caso di abolizione), Paperino ha già aderito all’appello di Bersani, titubanti quelli della Banda Bassotti, possibilista Pluto. Di Pietro, dopo la separazione con Tranfaglia, ha minacciato un referendum per chiedere due ore legali. Rutelli afferma di essere un garantista. La Russa ha precisato che i nostri aerei sono pronti in 15 minuti.


Il martedì Vespa condurrà Ballarò e per par condicio Floris pulirà lo studio alla fine della trasmissione, Il giovedì invece sarà Santoro a pulire lo studio mentre Vespa…

10 marzo 2011

 

Autore:Daniele La Malfa

La riforma della giustizia varata oggi dal governo è da più parti considerata la battuta dell’anno. Un uomo al di sopra di ogni sospetto, rispetto dei dettami costituzionali, della magistratura e delle leggi tutte ha estratto dal cilindro un testo che non lascia spazio a sospetti, solo a certezze. Nello stesso tempo continua il riassetto Rai, un modo per arginare la deriva comunista del servizio pubblico. Riprende quota la proposta di alternare i conduttori del martedì e del giovedì. Questa la bozza in anteprima: “Il martedì Vespa condurrà Ballarò e per par condicio Floris pulirà lo studio alla fine della trasmissione, Il giovedì invece sarà Santoro a pulire lo studio mentre Vespa, Belpietro e l’opinionista fisso (da scegliere tra Capezzone e Martufello) condurranno AnnoZero (da ribattezzare XVII anno e.B. – era Berlusconi –). La settimana successiva Vespa, Belpietro e l’opinionista fisso (da scegliere tra Capezzone e Martufello) condurranno Ballarò e Santoro pulirà lo studio, mentre il giovedì Vespa condurrà da solo (al limite con l’opinionista bipartisan Giuliano Ferrara) XVII anno e.B..Inoltre, per bilanciare lo strapotere negli appalti della pulizia degli studi si prevede un’alternanza tra Floris, Santoro e due disoccupati leghisti siciliani. Anche i programmi di satira saranno sottoposti ad avvicendamento. Parla con me sarà condotto una puntata da Maurizio Gasparri con opinionista battutista La Russa ed una puntata da Bossi con opinionista battutista Calderoli o Borghezio. La Dandini e Vergassola saranno impiegati per le pulizie dello studio e come poltrone umane”. Finalmente la par condicio.


La tragedia di un paese ridicolo

7 marzo 2011

 

Giorgio Sommer (1834–1914)

Uno stato come l’Italia, ormai in crisi da un trentennio, senza più identità (se mai ne ha avuta una), in cui la furbizia prevale sull’intelligenza e sul merito in base a criteri che sono garanzia di recessione culturale ed economica, è finito per ridere di sé, delle proprie malefatte, delle proprie infingardaggini, delle proprie associazioni mafiose. Di fronte alla palese impotenza nel contrastare il crimine organizzato si risponde con sorrisetti che finiscono per legittimare le peggiori associazioni delinquenziali, di fronte alla corruzione dilagante si fanno le spallucce e, nemmeno troppo velatamente, si esalta la furbizia e la scaltrezza italica. La furbizia, ed è facilmente dimostrabile, se sul breve periodo può portare qualche beneficio a pochi individui, sul medio e lungo periodo finisce per essere una vera iattura per l’intera società, in quanto finisce per far accettare de facto la prevalenza di interessi privati su quelli nazionali e statali. La furbizia cancella e irride il merito, innalza l’ignoranza denigrando le culture, falsifica la realtà storica a favore di leggende, superstizioni e pregiudizi, aizza le vittime contro capri espiatori creati ad arte, diffonde il disprezzo della bellezza, dell’ambiente, della vivibilità in nome di pseudo valori manichei che tendono a dividere il mondo in furbi e quaglioni (grosse quaglie, come diceva Guccini). Naturalmente i furbi sono coloro che aggirano le leggi, le manomettono, le calpestano e le usano contro i quaglioni. I quaglioni sono quelli a cui si dà ragione col sorrisetto di chi ha capito come si sta al mondo e che può fare a meno di studiare, sacrificarsi, impegnarsi, spendersi per gli altri, rivendicare e difendere diritti. L’idea del diritto (giuridico) per i furbi è elementare: “Tutto mi è concesso; qualora trasgredissi una legge, è palese che la legge è sbagliata e da cambiare, da rendere elastica al fine di evitare il blocco delle individuali magnifiche sorti e progressive.

Quando la furbizia diventa sistema, nulla più ha senso. Non esiste legge che non possa essere elusa, non esiste uguaglianza sostanziale, non esistono istituzioni democratiche, non esiste la libera concorrenza delle menti, esiste il familismo, il nepotismo, la mignottocrazia, la corruzione, la concussione, l’affare losco, il discredito, la palude, il fango da schizzare in ogni direzione. E in questo quadro scompare la dignità e il comportamento lazzaronesco finisce per essere simpatico, come lo diventa il turpiloquio, la bestemmia, l’insulto gratuito, il parlare per iperboli, il vantare una crassa ignoranza e difendere ogni possibile infamia che possa portare un qualche giovamento economico o di visibilità. Tutto avviene in modo rigoroso e apparentemente democratico. Un cul de sac della democrazia, una rappresentazione farsesca della realtà e un ridere macabro e senza alcun divertimento reale. Un senile sghignazzamento davanti alla morte.