La scuola dei dittatori: il linguaggio

 

Mussolini e Hitler - Foto del Muzej Revolucije Narodnosti Jugoslavije

«Discutere? Persuadere? Sarebbe una pazzia. Un aspirante dittatore non deve fare appello allo spirito critico degli uditori: Egli ne sarebbe la prima vittima. Un capo fascista deve saper trascinare infiammare esaltare i suoi uditori, ispirando disprezzo e odio verso i perdigiorno che discutono. “Le chiacchiere non riempiono lo stomaco”, ecco uno slogan efficace contro i politicanti tradizionali. Tutto quello che il capo fascista dirà, sarà enunciato nella forma dell’evidenza, in modo da non dare adito al minimo dubbio o discussione. Locuzione come “può darsi”, “forse”, “a me sembra”, “salvo errore” saranno rigorosamente evitate. Ogni invito alla discussione sarà respinto. “Non si discute sulla salvezza della patria”, “non si discute coi traditori”, “i disoccupati aspettano lavoro non parole”, ecco risposte che ogni seguace approverà. Un comportamento diverso sarebbe disastroso ». […] La civiltà di massa «si manifesta mediante l’enorme diffusione dei cosiddetti mass-media, col risultato di uniformare il modo di sentire degli individui e di distrarli da ogni pensiero autentico ».

(Ignazio Silone, La scuola dei dittatori, 1938)

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